
Naturalmente i due dirottatori non hanno dirottato un bel niente e, verso le due di notte, cominciamo ad abbassarci verso un grande grappolo di luci in mezzo al buio del deserto.
L'aeroporto di Amman è piccolo e male illuminato, le guardie sono tutte baffute e stanche. C'è un po' d'attesa per il visto, una giovane araba con tre bambini si intrufola al di là dei controlli e raggiunge un inglese in fila davanti a me. Lo abbraccia teneramente, i bimbi abbracciano il papà, lui è comunque britannico, mantiene un certo self control, ma scompiglia con affetto le teste dei suoi bambini dagli occhi neri. Loro lo abbracciano senza pudori. Lei con una mano gli accarezza l'incavo della schiena, in un gesto molto arabo di amore e di possesso e di familiarità, un gesto che riconosco. Se lo mangia con gli occhi liquidi e neri: dev'essere stato via parecchio.
I facchini in tuta kaki sono di un'allegria contagiosa e di una dolcezza tutta araba.
La notte, fuori, è dolce, sa di deserto e di spezie. Di fronte la vita, con tutta una serie di nuove promesse, come pacchi regalo ancora da aprire. E se qualcuna non sarà positiva, pazienza. Vale sempre la pena di scoprire cosa c'è dentro i pacchi.
Canticchio tra me e me i versi di Guccini, da Odysseus:
"...dandomi ancora la gioia infinita
d'entrare in porti sconosciuti prima."